Hortus Conclusus: il Giardino Margaret

Entrata al giardino di Margaret

Entrata al Giardino di Margaret

Non molto tempo fa, ho rubato una grande fetta di tempo dalla mia pittura per costruire un giardino. Ciò è avvenuto non molto tempo dopo la morte di mia madre. Lei mi aveva coinvolto nel suo amore per il lavoro all’aria aperta sin dalla prima infanzia – mi aiutava a fare un piccolo orto che includeva i legumi che piacevano di più a me, mi lasciava scegliere i miei fiori favoriti per un piccolo letto con un bordo di gusci di ostriche. Ma, da adulta, la necessità di difendere gelosamente il mio tempo per la pittura rendeva il giardino la minaccia di ogni primavera, ogni fiore diventava seducente come un canto delle Sirene . Quando finalmente ho finito di cedere al mio desiderio di costruire un giardino, ho creato un rifugio dalla tristezza, una protezione, e il mezzo migliore per invocare mia madre, Margaret.

Davanti la pergola
Davanti la pergola

Quello che ho cominciato a capire è che i giardini, come qualsiasi forma di arte, esistono in un regno proprio, in qualche modo separato dalla vita di tutti i giorni. Sono astrazioni della natura, e mentre possono imitare o rappresentare un fenomeno naturale, sono tutt’altro che naturali. Questo è drammaticamente vero per l’hortus conclusus, il giardino chiuso che si vede nei codici miniati dei monaci, gli stessi monaci che curano anche le piante del convento. Un albero idealizzato si trasforma nel simbolo per tutti gli alberi; lame di erba, tre colpi di un pennello fine, alternati con i singoli fiori, resi con delicatezza, per rappresentare tutti i fiori, ogni particolare intensificato in tempera luminosa ed oro. Alla fine una specie di cornice è inventata, una forma che suggerisce massa, significando protezione, una parete abbastanza alta da escludere il paesaggio e l’orizzonte… la materializzazione di una fuga dal mondo reale.

Orto con pergola
L’Orto con pergola

L’hortus conclusus è un giardino introspettivo, una sala metafisica con un cielo per soffitto. Grazie alle sue dimensioni, la camera mostra i suoi tesori – anche i dettagli più piccoli a grande vantaggio. Frutta e verdura sembrano più intense di colore, più luminose e più grandi di quanto appaiono realmente. Suoni e profumi fugaci vengono catturati all’interno: il ronzare delle api sui fiori del pero, le prime gocce di una pioggia primaverile nella fontana, il profumo speziato delle tageti. La stanza stessa, il contenitore, si mantiene costante in modo da agire come un fondo per i continui cambiamenti nel colore e nella forma, della frutta e verdura.

Frankie nel Giardino
Frankie nel giardino

Cincischiarsi è una buona parola per descrivere quello che si fa in questo tipo di giardino. Una buona parte del tempo si passa come vagabondi, eseguendo lavori in un modo che sembra casuale: un tocco di potatura qui, alcune cose da legare laggiù, qualche fragola da scegliere, un po’ di erbacce da estirpare, un nuovo insetto da individuare – poi di nuovo la potatura. E anche quando non stai lavorando, la mente girovaga, passando da un pensiero all’altro …

Garden Gate
Verso Pienza

Questo modo di pensare, questa mente – girovaga, è un bene per un pittore … e diversa dall’esercizio intellettuale richiesto dal giardino classico Italiano. In questo luogo non ci sono significati da rivelare, nessun narrativa accompagna il tuo percorso, nessuna vista in prospettiva; è tutto lì e visibile tutto di un tratto! Senza inizio e senza fine; il tempo è ciclico, l’ora della giornata, la stagione, il tempo. Quello che osserviamo oggi sono solo temporanee, installazioni.

Bench in Margaret Garden
La panchina nel giardino di Margaret

Passo davanti al mio studio, un fienile, cercando di non guardare dentro la porta dove risiede un dipinto mezzo finito sul mio cavalletto, in attesa di un giorno di pioggia. In questo momento, fatta eccezione per le insalate invernali e qualche cavolo nero, l’orto è di riposo ma la terra inizia a svegliarsi e la vita va avanti. Dobbiamo riguardare i nostri semi e organizzare i letti. Ci sono certe regole. Per esempio, ai pomodori piace situarsi vicino alle cipolle e le tageti. Sarebbe il momento di disegnare una bella struttura per fare arrampicare i fagioli e un’altra per i pomodori.  La zucca starà bene aggrappata al muro affacciandosi verso sud e i fagioli saranno contenti nello spazio occupato dai pomodori l’estate scorsa.

La Storia di Billy Bo Possum

Porch, 9ox72cm., etching, 1978

Porch, 9ox72cm., etching, 1978

In primo luogo si deve immaginare una ragazza in una camera al piano superiore dove vi è una finestra di fronte a una stretta strada sterrata con un marciapiede e fiancheggiata da una staccionata di legno rustico. Dalla finestra si vedono le tegole del tetto di una baracca fatiscente recentemente occupata da un barbone; appena di là da questa, invisibile nella nebbia, inizia la macchia di ginepro e terreno fangoso di Dismal Swamp e le acque della marea della Virginia.
Questa ragazza diventerà mia madre circa quindici anni più tardi, ma adesso ha appena perso sua madre ed è la prima volta che dormirà da sola in una stanza che aveva sempre condiviso con la sorella preferita ma che ha appena lasciato la sua casa per vivere con i parenti in New York City. Adesso ha paura, perché dall’altra parte della strada nella fessura dove manca una tavola nel recinto di legno,
si può vedere un’ombra in agguato. Questo è il territorio di Billy Bo Possum, una terribile creatura che vive nella palude, striscia fuori dalle sabbie mobili e cattura i bambini, trascinandoli sotto la terra con lui. Il barbone gli ha detto di aver visto il mostro scivolare attraverso la recinzione di notte … A volte anche durante la giornata. La ragazza, il suo nome è Margaret, tira le lenzuola sopra la testa e rimane ferma. Suo padre, in fondo alla casa, cammina su è giù nella sua stanza.
A un certo punto, si apre una porta e lei è felice di ascoltare la voce gentile di suo fratello maggiore. Egli è a casa; ha lasciato l’esercito per una settimana, in congedo straordinario. Il suo nome è Buddy – questo era il soprannome tradizionale per un fratello più grande nel sud. So che era alto e magro e aveva i capelli rossi perché mia madre me lo ha descritto. Di solito penso a lui come zio Buddy ma, in realtà, non l’ho mai incontrato.
Tuttavia in questo momento, nella storia di mia madre, lui è il suo fratellone seduto sul letto mentre lei sta piangendo. Lei è sicura che Billy Bo Possum verrà a prenderla.
Buddy guarda fuori dalla finestra e fissa il muro illuminato dal lampione. È una notte umida e la nebbia copre il suolo fino ai ginocchi. Lui dice a Margaret di non preoccuparsi e che uscirà ora per una breve passeggiata. Lei sente chiudere una porta, poi i passi giù per le scale di legno del portico, guarda fuori dalla finestra verso la palude giusto in tempo per vedere Buddy con il suo vecchio fucile da caccia guizzare nella fessura tra le assi di legno. Scompare nella foschia. Un’ondata di caligine fitta arriva dalla direzione del Chesapeake. L’unico suono è una sirena da nebbia in lontananza. Improvvisamente uno sparo! Margaret aspetta, immobile, alla finestra.

Trees night, 100x70cm, pastel, 1996

Trees night, 100x70cm, pastel, 1996

Infine, vede muoversi una forma vicino alla recinzione. Buddy emerge dalla nebbia, il fucile in spalla. Lui guarda la sua finestra. In breve tempo arriva in punta di piedi nella sua stanza per dirle di non preoccuparsi, di calmarsi. Le accarezza la fronte; andrà tutto bene ora. Nessuno sta per farle del male.
Io e mia sorella stavamo ficcando il naso nei ricordi di mia madre un giorno – ci piaceva soprattutto la sua scatola di bottoni – quando ci siamo imbattuti in una piccola scatola d’argento. Aprendola, abbiamo trovato un pin di Eagle Scout, varie medaglie, nastrini, una fotografia di un campo in Francia con file e file di croci bianche e l’istantanea di un ragazzo allampanato con i cappelli rossi che indossava la divisa dell’ esercito Americano. Quest’uomo (che non è mai diventato nostro zio) è stato l’eroe che ha sparato a Billy Bo Possum.

A proposito dei gatti

Lulu's milk; 15x10 cm., ink, 1999
Lulu’s milk; 15×10 cm., ink, 1999

Quando ero bambina a mio padre piaceva raccontarci le storie dei diversi gatti che abitatavano la fattoria dove viveva durante l’estate – a Little Falls nella parte nord dello stato di New York. Molto spesso queste storie – pur non avendo esattamente una morale – avevano tuttavia da illustrare un punto. Per esempio, c’era una gatta cieca che viveva nel fienile; era una buon’ amica per le mucche e riusciva a catturare i topi nonostante il proprio handicap. Riuscì a fare nascere e ad allevare una cucciolata di quattro gattini. Quando morì di vecchiaia, le mucche smisero di dare il latte per quasi una settimana.

Ammirava molto i gatti per la loro natura. Diceva che erano molto più affidabili di quanto lo fossero le persone dato che il loro materialismo era una base chiara per i propri valori.  Stimava anche la loro saggezza: il loro strusciarsi e fare le fusa, coscienti di meritare carezze come un loro diritto di nascita.

•	Gatto (Lulu) arrabbiata, 27x12x6, bronze, 2009

Papà amava scherzare sulla morte e sulla reincarnazione – sono certa che, pur essendo ufficialmente episcopale, la sua religione fosse un miscuglio di credenze spirituali amalgamata con le idee sulla natura di Emerson. Ma gli piaceva scherzare, dicendo che in Egitto hanno avuto un’idea più precisa di Dio – almeno per quanto riguarda le immagini gatto. Egli ci avvertiva ripetutamente che lui si sarebbe reincarnato come un grosso gatto nero.

Sono tornata negli Stati Uniti dall’ Italia con un figlio di pochi mesi e un figlio di cinque anni, solo pochi giorni prima della morte di mio padre in seguito a una lunga malattia. Mia madre, mio fratello, mia sorella, mio marito e figli, siamo andati al cimitero, verso nord dove un vecchio sito di sepoltura degli Iroquois  viene utilizzato da generazioni dalla famiglia di mio padre. C’era il funerale, tranquillo e piccolo, la tomba senza lapide situata sotto una quercia antica. Abbiamo visitato la casa d’infanzia di mio padre, una grande casa di campagna fatta di legno dipinto di bianco, costruita sul bordo di un bosco selvaggio. In seguito siamo tornati alla casa sull’Atlantico nel New Jersey dove mia madre e mio padre avevano vissuto durante gli ultimi anni. Era la fine di agosto e l’isola era quasi deserta; i vacanzieri estivi erano tornati alle loro case in città.

Quando siamo entrati nella casa c’era quell’odore familiare tipico della casa sulla spiaggia che si nota solo dopo un periodo di assenza. Tutto era come il giorno in cui l’abbiamo lasciata salvo un’eccezione: c’era un’enorme gatto nero seduto tranquillamente sulla sedia di mio padre. Ci siamo guardati l’un l’altro con calma, abbiamo accarezzato il gatto, e messo fuori un po’ di carne tritata per lui. Nel frattempo, mio marito girava per il quartiere per vedere se a qualcuno mancava un grosso gatto nero. Nessuno è venuto avanti e così il gatto ha continuato a restarsene tranquillo con noi per diversi giorni. Ci mostrò molto affetto durante la sua permanenza finché un giorno scomparve. Non abbiamo mai parlato di questo tra di noi, ma credo che mio fratello, mia sorella e mia madre l’hanno preso come uno di quei doni speciali che spesso dà il puro caso.

My father's house (scrapbook)

My father's house (scrapbook)

Questo evento mi è tornato in mente qualche anno più tardi durante l’Avvento, quando – a Firenze – il gruppo di genitori della scuola elementare di mio figlio stavano discutendo cosa fare per Natale. Firenze è politicamente a sinistra e quindi una festa come il Natale, secondo la maggior parte dei genitori, doveva essere celebrata senza enfasi sulla religione. Ma l’insegnante di mio figlio sottolineò – giustamente secondo me – che il rischio era di una celebrazione che aveva più a che fare con il consumismo che con  il tradizionale significato culturale della giornata. Ero, anche se non religiosa, in sintonia con il suo punto di vista e ho iniziato a dirlo quando mi ha interrotta dicendo che i bambini della sua classe erano così ignoranti nella loro cultura religiosa che uno di loro credeva che dopo che si muore si ritorna al mondo per un po’ trasfigurato in un grosso gatto nero a confortare la famiglia in lutto.

My father's cats (scrapbook)

My father's cats (scrapbook)

Anni dopo, stavo esaminando una scatola di libri che mia sorella mi aveva mandato. Erano libri della biblioteca di famiglia messi da parte quando mia madre ha lasciato la nostra grande vecchia casa a Staten Island. Alcuni di questi erano come vecchi amici, i libri Ernest Thompson Seton sulla fauna selvatica, i libri James Fennimore Cooper ambientati nella valle del fiume Mohawk luogo di infanzia di mio padre. Ma ce ne era uno che non avevo mai visto. Un album fotografico con pagine di colore nero con piccole istantanee attaccate, ben montato, etichettato dalla mano di un bambino. Quasi tutte erano fotografie di gatti … Piegate tra le pagine c’erano note con nome e l’età di ogni gatto. Sullo sfondo sfocato un paesaggio agricolo – stalle, pascoli, una cucina. Il libro si conclude con il ragazzo – ora dodicenne – sulla cima di un edificio nella città di New York.

My father in N.Y.C. (scrapbook)

My father in N.Y.C. (scrapbook)

Frankie

Frankie; 10x20x10 cm., bronze, 2009

Ci sono molti modi di acquisire un cane oggi. Il primo è andare in un negozio di animali, dopo una dovuta ricerca sul pedigree e caratteristiche, e comprarne uno. In alternativa al negozio – e più avventuroso – è l’adozione di un cane dal canile o trovarne uno dopo una ricerca su Internet. Un altro modo – e questo sembra essere il favorito in questa zona (dove la maggior parte dei nostri cani lavorano per vivere occupandosi di caccia, di guardia ai vigneti contro il cervo o nella ricerca di tartufi) – è aspettare un cucciolo dalla cucciolata di un amico.
Un modo più preoccupante per l’acquisto di un cane – soprattutto quando non sei mai stato un proprietario di cane – è di trovarne uno abbandonato alla porta del tuo studio. Frankie era ancora un cucciolo di razza e dimensione indeterminate, ma di carattere chiaramente determinato – dolce. A differenza di tutti i gatti che ho conosciuto, Frankie sembrava avere come obbiettivo primario, fin dall’inizio della nostra conoscenza, il farmi piacere. “Amore incondizionato ” è così che viene chiamato, ma osservandolo mentre lavora e gioca, mi chiedo se la situazione non sia più complessa, dopo tutto, non fa piacere anche a me compiacerlo?

Per quanto riguarda la sua educazione, pareva di intuire che avevo poca esperienza in materia di formazione del cane, così inventava lui alcuni suoi primi trucchi finche io ho imparato a insegnargliene  altri.  Alcuni, come il suo indicare un cespuglio dove si nascondeva un fagiano, sembrava essere stato parte del suo pacchetto come il sue essere bianco e nero.

Frankie (peeing)

In questi giorni guardo i cani quando passano sul marciapiede … credo allo stesso modo nel quale le madri guardano i bambini degli altri, a titolo di confronto.  Degli animali che vedo, Frankie sembra più simile a ciò che io penso come un vero e proprio “cane” … Forse perché contiene tante combinazioni diverse, egli è in grado di parlare non solo per sé, ma per tutti i cani.  L’altro giorno, un cacciatore ha guardato Frankie da vicino e ha detto che non sapeva di che cosa si trattasse.  Ma, se lo avesse visto pochi istanti più tardi, il decollo, lo sprint per il campo, emergendo a salti dall’erba ondeggiante nel vento, avrebbe saputo: è pura gioia.

Frankie in the wind

A proposito della Realtà

Boy, icecream, dog; cm.10x15, photo, 2004

Boy, ice cream, dog; cm.10x15, photo, 2004

Il pezzo che segue sotto vuole introdurre otto fotografie, scelte come parte di un’iniziativa d’ALINARI24ORE.  Il famoso archivio Alinari a Firenze insieme al giornale Sole24Ore presenta 18 artisti contemporanei che usano come fonte d’ispirazione immagini fotografiche storiche. Una serie d’esibizioni aprendo agli Scavi Scaligeri a Verona dal 5 al 31 Settembre 2009, mostrerà le stampe in un’edizione limitata. (La figura sopra fa parte di uno studio per una delle stampe finali.)

Realtà

La realtà, quello strato superficiale che avviluppa gli oggetti materiali e i soggetti viventi e li mantiene nel presente, sembra essere preservata dal processo fotografico. Per definizione una fotografia è un fatto di luce.

Nel 1852, Leopoldo Alinari, con i suoi fratelli Giuseppe e Romualdo, fondarono un laboratorio specializzato nella conservazione della realtà attraverso la ritrattistica, costituendo degli archivi di documentazione d’opere d’arte e di monumenti storici, di paesaggi, di città e dei    loro abitanti.

Ma qualcosa al di là del metodo nel documentare, ispira un desiderio insopprimibile di guardare sotto il cosiddetto soggetto, per scoprire il sottile, spesso fortuito, dettaglio. Contemplando i loro ritratti di vita quotidiana (incontri tra studenti, scene di strade animate, donne al lavoro domestico, passeggiate solitarie, bambini che giocano), è difficile non affondare sotto la superficie. Lì si scopre una narrativa potenziale: quella collina, quel bambino, quel cane monello che interrompe la cerimonia, quella figura fuori fuoco, celata in un angolo …

I soggetti in miniatura su un palcoscenico inventato, qui illustrati, dovrebbero sembrare catturati dalla fotocamera in momenti di una giornata qualunque. Sono piccoli e trascurabili, ma ampi come la vita – perché la fotografia ha sempre a che fare con la realtà del mondo nella sua massima estensione.  Forse che, qualche volta, non ci fermiamo improvvisamente, quando niente di speciale sta accadendo, e non ci guardiamo attorno per scoprire chi o cosa ci abbia chiamati dallo scintillio di un particolare rilievo nel panorama per svelarci qualcosa di più?

Frances Lansing,  31 Marzo 2009

Diario 1973

FL with Yates, Taormina 1973 (C.Toraldo di Francia)

Firenze, estate del 1973

18 luglio- Oggi è il mio compleanno. Questa mattina per festeggiare come si deve, Yates ed io abbiamo avuto la nostra colazione da Rivoire e poi ci siamo seduti sotto la Loggia dei Lanzi a guardare la piazza.

Una vecchietta simpatica si è accomodata vicino a noi e ha iniziato a chiacchierare con Yates.

Noto che il suo italiano progredisce molto più velocemente del mio.

Quando la signora gli ha domandato quanti anni avesse ho fatto giusto in tempo a girarmi e vederlo alzare tre dita.

Io ero occupata a leggere su “La Nazione” la faccenda delle registrazioni segrete di Nixon.

A un certo punto la vecchietta ha chiesto a Yates dove fosse sua madre e lui un po’ perplesso mi ha indicata.

Guardandomi si è scusata, “Oh, mi scusi, cara, lei sembra così giovane!”. “Io sono giovane!”, ho risposto.

20 luglio- Mentre scrivo guardo attraverso le stecche verdi delle persiane. Yates intanto gioca con il Lego ai miei piedi. Sono circa le due. Fuori tutto è immobile; l’intera scena potrebbe essere una fotografia. Perfino il corso del fiume, opaco come una zuppa di piselli, sembra sospeso.

Di solito a quest’ora facevamo una passeggiata come guidati dall’ombra dei cornicioni proiettata sulla strada. Le strade erano deserte e il rallento nel traffico ci consentiva di lasciare il marciapiede senza paura e fermarci a guardare le facciate.

Ma ora è davvero troppo caldo, anche per il nostro passo lento.

30 luglio- Qui a Firenze il momento preferito da Yates è la notte.

Quando è passato da un pezzo quello che a Boston, per lui, sarebbe stato il tempo della nanna, la piazza si risveglia. La gente va a spasso, chiacchiera, strepita, canta. I bambini, a volte piccolissimi, corrono urlando di vitalità.

Pian piano ci stiamo abituando a modi che certo si sono affermate per molte buone ragioni.

Credo si possa dire che stiamo imparando a sentirci a casa nostra. In fondo la casa non è un tetto che ci protegge ma un complesso di rituali che, essendo familiari, danno sicurezza alla vita di ogni giorno.

In qualche modo anche viaggiando ci sentivamo a casa con i nostri piccoli riti.

Di mattina mentre Yates giocava io leggevo, poi si faceva una pausa dalle nostre attività per il pranzo, una semplice colazione al sacco con formaggio e frutta oppure una sosta in trattoria.

Poi, venuta l’ora del sonnellino, preparavamo quello che Yates chiamava il suo “letto speciale”; il mio vecchio trench ben steso con le maniche e il collo ripiegati in modo da formare un cuscino.

Ci era così affezionato che poi per mesi- anche nel suo vero letto- non poteva farne a meno e si addormentava solo stropicciando tra le dita la punta del colletto.

Prendevamo solo dei treni locali così si poteva scendere quando se ne aveva voglia. Le nostre visite ai musei e alle chiese erano veloci. Di solito, mi limitavo a guardare bene poche cose che mi interessavano particolarmente al momento. Anche Yates aveva i suoi temi preferiti.

Forse perché fino a poco prima lo era stato anche lui, Yates aveva un occhio sempre attento a cogliere i neonati nei dipinti e nelle sculture…bambini Gesù, angeli, putti!

Nelle occasionali conversazioni con gli sconosciuti in treno inventavo storie romanzate sulla nostra – sempre più lontano – destinazione, appuntamenti con parenti immaginari.

Non era una vera forma di reticenza la mia, il fatto era che, fino a poco tempo prima ero così concentrata sulla mia scelta di andarmene da casa che avevo dedicato molto meno tempo alla questione pratica del dove stavamo andando.

Decisi per Firenze che era diventata uno dei miei grandi sogni fin da quando, nella mia infanzia, avevo avuto l’occasione di vedere degli affreschi fiorentini esposti in una mostra temporanea alle pareti del Metropolitan Museum. Erano stati “strappati” per salvarli dall’alluvione e a me ispirarono una sorta di timore reverenziale.

16 agosto- Nel periodo in cui cominciai a pensare di lasciare Boston, un amico, un artista di New York, mi aveva invitato a cena. Mi mostrò le sue sculture nuove, grandi scatole d’acciaio, bellissime come possono esserlo delle grandi scatole d’acciaio.

Lui sostenne che l’arte d’oggi (allora) doveva essere impersonale, oggettiva e riflettere il proprio “tempo”. Decisi di non mostrargli i miei disegni di soggetti quotidiani, ritratti di bambini e di amici.

Già il “tempo”. Ma è il “mio” tempo, intendo dire il tempo interiore, che ho bisogno di rappresentare adesso. Anzi, è per prendere distanza dal “suo tempo” – dal quale mi sento bombardata- che è il motivo principale del mio allontanamento da casa.

Questo per lui è “una fuga dalla realtà”. Però, andarsene non è forse legittimo quando tutte le altre possibilità si sono dimostrate impraticabili?

Vietnam; non voglio pensarci …ma è lì. Sempre. Martellante e continuo…mettendo in discussione tutte le nostre convinzioni e sentimenti più profondi…

Se uno potesse capire davvero tutte le motivazioni che inducono qualcuno a fare certe cose, le circostanze più spicciole – i film di John Wayne – sarebbe in grado di schivare quell’elicottero, quel missile, quell’incursione dal cielo?

Non abbiamo la televisione, un modo per tenere in scacco a bada la realtà. L’altra sera in trattoria c’era un televisore in funzione ma nessuno sembrava particolarmente interessato. D’improvviso sono apparse sullo schermo delle cifre e a me si è stretto lo stomaco come mi succedeva per la cerimonia televisiva quotidiana della conta dei morti nel sud-est asiatico, per fortuna erano solo i risultati delle partite.

Subito dopo, un gruppo di ragazze che sembravano delle showgirl di Las Vegas, hanno cominciato a ballare su un tavolo (dentro lo schermo televisivo, non in trattoria). Poco dopo, sono state seguite da un gruppo di uomini seduti intorno a un grande tavolo, che si davano sulla voce l’un l’altro, spesso anche tutti insieme.

E proprio quando stavamo andandocene, lampeggia la notizia che il bombardamento in Cambogia è ufficialmente terminato…

18 agosto- Io mi sono sempre sentita un po’ straniera. Anche nella mia infanzia a New York. Forse perché le radici della famiglia erano lassù, nell’alta valle dell’Hudson, sentivo che la nostra condizione di newyorkesi era precaria, che alla fine ce ne saremmo andati. Ricordo che, fin da piccola, fissavo le cose, con molta attenzione, le fotografavo mentalmente, come si fa quando si guarda ogni particolare di una casa che stai per lasciare per sempre.

Eppure essere veramente un estraneo è un’ottima cosa se sei un artista. Puoi osservare e mettere in discussione cose che chi è addentro non riesce vedere, dandole per scontate.

Inoltre ti libera dalle costrizioni dei vincoli sociali che possono sottrarti un sacco di tempo e energia. Una volta che sei lontana dalle richieste della tua società, puoi scegliere di assumere dalla società in cui arrivi solo ciò che è per te l’essenziale.

20 agosto- Un cane sta abbaiando giù nella strada. Ora è raggiunto da numerosi altri cani che ansimano nell’ombra, confusi, come se non sapessero che fare e dove andare.

Baluginanti ondate di calore si levano intorno a loro.

Oltre il fiume e le case lungo il suo corso, le colline con le loro geometrie di uliveti e cipressi sembrano un miraggio azzurro.

21 agosto- Sto imparando a leggere il paesaggio, un primo, fondamentale passo per poterlo disegnare. Sento che non mi appartiene, è troppo diverso dal paesaggio della mia infanzia.

Voglio dire il paesaggio che ho nella mia mente, in cui si mischiano le storie e le leggende dei Mohicani e le visite annuali alla nostra tenuta con la sua aspra boscaglia nella valle di Mohawk.

Si era sempre alla ricerca della dimensione selvaggia. Noi, bambini, inventavamo anche negli spazi edificabili di Manhattan “il wilderness”.Nella nostra immaginazione eravamo dei pionieri.

25 agosto- Sulle prime la campagna toscana mi creava dei seri problemi. La sua geometria mi dava fastidio come può dare fastidio una realtà ordinata in modo perfetto che lascia così poco spazio per ogni posizione critica individuale, nessun posto in cui nascondersi e nessun angolo caotico da poter ordinare servendomi della mia personale creatività. Niente è lasciato al caso – terrazze, muri, uliveti – perfino gli alberi nel bosco sono allineati in filari come il granturco.

L’altro giorno agli Uffizi, passando davanti a una finestra, sono trasalita alla vista improvvisa della campagna perché sembrava un quadro. Tutto ad un tratto, ho visto il paesaggio come un’opera d’arte.

Quando in Toscana si sarà affermata la moderna coltura della campagna, una scena come questa sarà solo un prezioso ricordo, un po’ come l’affresco che adorna ancora il muro di una chiesa.

Tuttavia è lo stesso per i luoghi ancora selvaggi in America che sono tutti estinti tranne quelli che sono conservati, qua e là, come parchi naturali.

Questi due tipi di paesaggio sopravvivono ancora, non più come relitti ma come espressioni ideali di una particolare visione del mondo.

Se penso all’arte in particolare, considero che in America, dove la novità è tutto, l’artista deve essere un pioniere, sempre impegnato a tracciare nuovi confini in un terreno vergine. Qui in Italia gli artisti sembrano utilizzare più attivamente la loro storia, non solo attraverso impiego di tecniche tradizionali, ma anche attraverso l’elaborazione consapevole dell’arte del passato, tornando a investirla con nuovi sogni.

25 agosto- Ieri sera abbiamo conosciuto un aspetto diverso di Firenze. Un amico ci ha portato alla Festa dell’Unità, una specie di fiera che serve a raccogliere fondi per il Partito Comunista. Ho dovuto superare un riflesso automatico di paura prima di entrare perché sospesa all’ingresso c’era un’enorme insegna con la falce e il martello.

Dentro c’era una grande mostra con numerose foto delle cose orribili che gli USA stanno facendo in Cile grazie a CIA e compagni. Nonostante il Vietnam e il Watergate, faccio davvero fatica a crederci. C’erano anche dei dibattiti sulla situazione politica italiana ma io avevo delle difficoltà a comprendere, un po’ per la lingua ma soprattutto per il volume amplificato di un concerto che si svolgeva lì vicino e dove il cantante era tale e quale Elvis Presley.

Non mancavano i giochi da fiera (il tiro al bersaglio etc.) Abbiamo vinto una felce e un orsacchiotto ma non abbiamo partecipato all’estrazione di una fiammante macchina rossa. Avevo il timore di vincerla.

Mentre si tornava a casa all’ora del tramonto, Yates ha indicato una stella quasi invisibile nel crepuscolo.

Gli ho detto che, dato che era la prima stella che vedeva quella sera, poteva esprimere un desiderio.

Mi ha preso molto sul serio; ha rallentato il passo e si è fermato. Dopo un po’ gli ho chiesto se aveva deciso qualcosa e lui ha scosso la testa ma non si è mosso di un passo.

Dopo aver pensato a lungo mi ha guardato e mi ha chiesto, ” A chi ci si deve rivolgere per cambiare un desiderio?”.

5 settembre- Viviamo in un appartamento notevolmente moderno, in uno stabile costruito al posto di un edificio distrutto dalla guerra. E’ al sesto piano con un grande balcone che stiamo, man mano, riempiendo di piante con l’aiuto di un persiano, studente di architettura, che abita al primo piano.

L’edificio ha un ascensore a gabbia con una cassetta dove bisogna inserire una moneta da dieci lire per farlo funzionare.

Ma le dieci lire sono impossibili da trovare!

Finalmente abbiamo scoperto che, di solito, i negozi che vendono il latte ne hanno qualcuna – le tesorizziamo gelosamente. Questa è stata una delle nostre più importanti scoperte.

12 settembre- Il governo cileno, democraticamente eletto, è stato rovesciato da un colpo di stato…

15 settembre- Lo studente persiano è diventato un buon amico. E’ un grande sollievo, specialmente se devo uscire, perché a Yates piace rimanere con lui.

Qualche volta scendiamo giù da lui a fare una doccia perché, dalle sei del mattino fino a sera tarda, non abbiamo acqua corrente.

La cosa dipende da un calo di pressione durante l’estate.

IL suo appartamento è molto bello con le pareti e i pavimenti coperti dai tappeti che suo padre gli ha mandato da casa.

18 settembre- Yates ha una stanza tutta per sé. Il mio vecchio trench è steso e disteso, aperto, sul copriletto.

Ieri era così tranquillo appena andato a letto che l’ho chiamato per sapere cosa stava combinando e mi ha risposto “sto dormendo”. Quando sono andata a controllare poco dopo, stava davvero dormendo ma proprio sopra la testa – sembrava la didascalia di un fumetto – c’era un grande cerchio nero disegnato a matita sul muro.

Dentro c’erano fiori e gatti e una specie di famigliola; tutti ballavano sotto un gran sole giallo!

Immagino che potrei staccare questo pezzo di parete e salvarlo come hanno fatto con gli affreschi.

Mentre lo esaminavo, Yates si è svegliato e gli ho chiesto cosa fosse. Ha detto che era il suo sogno.

Finestra

E’ questo quello che vedo dalla mia finestra tutta la settimana… e’ bello vedere il colore emergere dal grigio – è simile alla sensazione che si ha quando un paesaggio emerge dal colore della pittura.

La parola “paesaggio” puo’ ingannare come descrizione dei lavori piu’ importanti nel genere. Non ci sono descrizioni di territorio; il loro vero soggetto e’ il tempo – un tempo ciclico – le stagioni, le ore del giorno e il tempo meteorologico (e queste cose si riferiscono ad un soggetto analogo interiore).

Window

Il mio amico immaginario

A circa cinque anni avevo un amico di nome B. Era, in qualche modo, il primo amico mai avuto e il suo ricordo resta ancora vivo in me. Aveva soffici capelli biondi con il ciuffo in cima e indossava abiti che gli stavano larghi. Sembrava un vero bambino, testa grande, piccolo corpo, ma sapeva fare cose che di solito facevano gli adulti: leggermi storie, tenermi la mano agli incroci, aiutarmi a riordinare i miei giochi. Mia madre mi disse che era il mio amico immaginario e noi lasciammo che lo fosse. L’apparenza fisica di B era stata influenzata da un libro che mia zia mi aveva regalato a Natale. Il libro raccontava di un angelo custode che faceva compagnia in ogni sorta di attività domestica e partecipava anche a delle mini cerimonie del the con le bambole della casa. Quello che più mi piaceva di quel libro erano le immagini.

Un giorno le signore della società di donne della chiesa anglicana vennero per il the ed io ero stata incaricata ad aiutare a servire loro dei minuscoli dolcetti rosa mentre mia madre era affaccendata in cucina. Nel salotto, c’erano due posti messi per me ad un piccolo tavolo. Per non annoiarmi, credo, cominciavo a parlare a B, gli ricordavo di comportarsi come si deve. Una delle nostre ospiti mi chiese se B non avrebbe voluto ancora del dolce. Io le dissi, no…non ha alcun dente eccetto dei denti immaginari.

Negli anni seguenti mio fratello più piccolo, Yates, portò la maggior parte delle mie attenzioni lontano da B. Anche se B non mi ha mai lasciata completamente. Lui diventò grande e, lasciò il suo aspetto angelico per  trasformarsi in un interessante uomo con la barba come quella di  Walt Whitman. Era una piacevole presenza nel mio studio, paziente, di mentalità aperta e volenteroso a presentarmi punti di vista alternativi. In pittura o scultura, verifico frequentemente con lui il mio lavoro, strizzo gli occhi e vado più vicino poi mi allontano dai miei dipinti. Cosa ne pensi, è troppo verde acido?La superficie è troppo lavorata? Puoi leggervi un’ immagine? Cose di questo tipo.

Adesso mio fratello è uno scultore e preferirei parlare del mio lavoro con lui piuttosto che con B. Ma lui vive su una montagna a Boulder nel Colorado…mentre B è sempre estremamente accessibile.

Yates and Frances Lansing, 43 Belair Road, Staten Island

Yates and Frances Lansing, 43 Belair Road, Staten Island

Appunti per un percorso

Rinascita nel campo (10cm.detail); cm. 120x125, encaustic, 1996

Rinascita nel campo (10cm.detail); cm. 120x125, encaustic, 1996

Ginevra Quadrio Curzio: Appunti per un percorso

Da una conversazione con l’artista

GQC Mi piacerebbe cominciare questa conversazione con lei parlando del suo percorso sia biografico che artistico, che non è stato affatto lineare. Lei ha scelto di diventare pittrice dopo avereintrapreso la strada di una carriera accademica come linguista alla scuola di Noam Chomsky.

Cosa ha motivato questo suo cambiamento di rotta e quali sono state le sue radici nell’arte?

FL Può sembrare paradossale ma il fatto che, ben oltre i vent’anni, abbia deciso di dedicarmi alla carriera artistica, invece di proseguire l’avviato cursus studiorum di linguista al MIT di Boston, non è stata una rottura dell’ordine delle cose, una rivoluzione personale.

Si è trattato piuttosto dell’adesione a un moto interiore, o, se si vuole, a un istinto di lunga durata coltivato fin dall’infanzia.

Sono nata e cresciuta a New York, in una famiglia che oggi sarebbe ovvio definire intellettuale, ma che all’epoca era un po’ speciale. Un ambiente in cui la creatività manuale e la ricerca intellettuale erano una compagnia quotidiana.

Senza dimenticare la New York della mia infanzia e adolescenza, i grandi musei, l’ambiente artistico e culturale metropolitano.

Ho vissuto sempre la mia educazione cosiddetta formale, accademica, come una sorta di sdoppiamento intellettuale. Più si raffinava il percorso educativo formale, più sentivo allontanarsi le mie vere radici, quelle più profonde radicate nell’ambiente creativo familiare.

Alla fine, questo sdoppiamento si è risolto da solo. L’occasione è stata data dal mood dei primi anni Settanta, dalla contestazione di quei valori sociali formalistici, come per esempio, terminare un regolare corso universitario.

In questo contesto, in cui le conseguenze drammatiche della guerra del Vietnam mi hanno coinvolta anche sul piano personale, sono stata aiutata dalla crisi esistenziale a riconoscere la mia identità profonda.

La decisione di lasciare Boston e di trasferirmi in Italia e di diventare pittrice è stata tutto sommata la semplice e coerente conseguenza di questo atto di coscienza.

GQC Gli anni in cui lei ha abbandonato la linguistica generativa per l’arte e l’America per l’Italia in America sono stati anni di grande fermento artistico. Quali sono stati i motivi della sua scelta così anticonformista (forse anche “antiamericana”?), e quale era il suo rapporto con l’arte contemporanea di quegli anni?

FL Vivendo a New York e a Boston, nei primi anni Settanta, a contatto con il più radicale ambiente artistico e intellettuale dell’epoca, certo non potevano sfuggirmi i mutamenti di prospettiva rispetto all’arte. Era un periodo di giacobinismo intellettuale, per cui l’arte era concetto o non era. O peggio, veniva a tal punto svalutato il “mestiere”, che l’arte era un fenomeno da tutti praticabile in forma indistinta.

Le teorie generali dell’epoca, onnipresenti, semplicemente non mi interessavano. In realtà non mi è costata nessuna fatica opporre a tutto questo una sorta di resistenza, è bastato che riandassi con la memoria ai momenti più veri e più liberi della mia educazione in famiglia.

I momenti in cui potevo capire o vedere, e soprattutto sentire, il senso della grande tradizione culturale occidentale e americana, fatta di grandi libri e grandi quadri tutti in dialogo continuo tra di loro, attraverso le epoche.

L’arte non ha nulla a che vedere con l’”innovazione”, piuttosto si tratta di un movimento circolare che lega le opere “fatte” in tempi diversi in una sostanza sempre attuale, come le opere figurative che non finiscono mai di dialogare tra loro.Il senso di questa tradizione, di questa antica storia, è stato alla base dell’idea di trasferirmi a Firenze.

Dispero di poter mai descrivere nella sua pienezza l’assoluto privilegio che è stato – lo è tuttora – vivere in Toscana, dove ho subìto il fascino della grande tradizione italiana, potendola vedere dall’interno, esaminare da vicino. Sarebbe difficile dire, considerando i molti anni trascorsi in Italia, cosa abbia arricchito di più il mio lavoro: l’influenza creativa di questo paese, la sua enorme tradizione artistica e l’estrema bellezza del suo paesaggio, oppure la nostalgia che provo per un’America che, come la terra selvaggia sognata nella mia infanzia, so che non esiste.

Il conflitto tra queste due visioni è quasi irrisolvibile, ma, per fortuna, lo spazio di un quadro è diverso dai confini del mondo vero. Quando dipingi, puoi trovarti in qualsiasi posto, o anche in vari posti allo stesso tempo. Anzi, devi stare in tanti posti allo stesso tempo. In questi paesaggi, un mondo particolare viene ricomposto, colori e superfici sono reinventati; una nuova mappa traccia il percorso verso la confluenza di due fiumi: l’Arno e l’Hudson.

GQC Tra le fonti di ispirazione del suo lavoro lei ha nominato l’impressionismo o forse anche più la scuola di Barbizon e il paesaggismo americano. Dai suoi lavori traspare chiaramente anche l’influenza della tradizione letteraria, di autori come Whitman, Thoreau, Emerson. Si tratta di fonti di ispirazione quasi tutte ottocentesche. Che cosa la lega alla cultura, soprattutto americana, di quell’epoca?

FL Per me è più semplice parlare delle tecniche e dei materiali usati nei dipinti piuttosto che delle varie influenze che vi stanno dietro, o sotto. Un dipinto non è un semplice oggetto, ma piuttosto il luogo fisico in cui confluiscono le relazioni con molti altri dipinti. Il significato di un quadro deriva, in parte, proprio da questo fatto e visto che si tratta di un medium visivo si rivela da solo, nella sua evidenza.

Se proprio dovessi parlare dei miei precedenti in un modo molto generale, andrei all’ambiente familiare, dove, come ho già detto, si è plasmata la mia formazione. Certo, le mie radici sono nell’Ottocento e in quei dipinti di paesaggio che sono stati un richiamo di lungo corso e hanno fondato la mia scelta di essere una pittrice. I quadri di casa – paesaggi americani dell’Ottocento (non necessariamente importanti) e alcuni quadri di pittori olandesi delle origini, vicini a Ruisdael, portati dai miei antenati in America dall’Olanda qualche secolo prima – sono i miei fondamenti.

Ciò che legava questi quadri era il modo di guardare alla natura, al suo carattere “attivo”, un’atmosfera che richiamava con forza il “trascendentalismo” di Emerson e Thoreau. Nel complesso servivano per rendere presente la wilderness come radice simbolica della creatività. Inoltre, in una famiglia che viveva a New York con una profonda nostalgia per la campagna, questi dipinti avevano un carattere religioso, di vere e proprie icone.

Infine, l’atmosfera del paesaggio Americano aveva molto a che vedere – quasi una sorta di espressione visiva – con il pensiero politico e filosofico dei miei anni a Boston, dove più che di Marx si parlava di Thoreau, di Walden Pond e di Sulla disobbedienza civile.

GQC Come nella scuola di Barbizon, nel suo lavoro sembrano convivere due anime che si esprimono anche nell’uso di tecniche differente. Da un lato c’è il tentativo di cogliere una dimensione spirituale della natura, un’ispirazione paradossalmente del tutto antinaturalistica, che si esprime mi sembra in particolare negli encausti; dall’altro stupisce scoprire un’anima estremamente realistica o naturalistica che dir si voglia nel suo interesse per la fotografia e nelle sue incisioni, precise al punto da risultare quasi fotografiche, e nella scelta di soggetti come ad esempio i contadini toscani.

Che rapporto c’è fra questi due aspetti del suo lavoro? Si distribuiscono su periodi diversi oppure convivono, e in che modo?

FL Il mio trasferimento in Italia è coinciso con la conoscenza e la frequentazione di Cristiano Toraldo di Francia e i suoi colleghi di Superstudio. Per me, che allora mi occupavo di fotografia e incisione, è stata un’opportunità per entrare subito nel cuore delle ricerche più radicali in Italia, che in quel periodo combinavano architettura, urbanistica, antropologia… Con Cristiano, ho partecipato ad alcune campagne di documentazione, con la fotografia e l’incisione, rivolte alla realtà della campagna toscana.

Sono stati anni in cui ho potuto perfezionare i segreti tecnici dell’incisione grazie a Giuseppe Gattuso Lo Monte e gli amici dello Studio di Santa Reparata, a Firenze. Nell’incisione la caratteristica indiretta del procedimento mi interessava così come ogni tecnica che si oppone all’immediata riproducibilità dell’immagine. Questa sfida, presente in alcuni mezzi, crea una sorta di dialogo con l’opera. È come se il lavoro in corso d’esecuzione facesse valere il “proprio” punto di vista. Questa perdita dell’assoluto dominio tecnico-artistico permette di raggiungere associazioni di significati altrimenti impossibili da ottenere.

Negli anni ’80 ho accentuato il mio interesse per gli aspetti più strettamente tecnici o manuali dell’arte già presenti nell’incisione. Sia attraverso la ricerca documentaria sui vari mestieri artigianali, incluso il restauro, l’affresco e l’oreficeria, sia visitando, con Cristiano, le botteghe. Mi piaceva il contatto diretto e concreto con la materia, la simbiosi tra mano e mente che rende inseparabile la materia dal contenuto. Il significato che certe sostanze recano in sé e che sarà determinante nel contenuto espressivo di un lavoro. Per esempio, se vivi su un’isola, lambita da fiumi e con un oceano vicino, sembra naturale legare alcune idee astratte a una sostanza fluida. Io non potrei pensare al tempo senza immaginarlo come una cosa liquida. Certi esperimenti che risalgono a questo periodo riflettevano queste idee e queste associazioni.

Nelle polaroid, la superficie della pellicola SX70 mi faceva pensare a una superficie d’acqua al di sotto della quale stavano le emulsioni di pigmenti che, manipolate in fase di sviluppo, creavano nuove figure e nuove forme. Nel quadro, La nuotatrice, ho cercato di raggiungere una sensazione simile.

GQC Se è vero che ogni tecnica ha la sua anima o, come ha detto lei stessa, la sua ideologia, allora usare il disegno piuttosto che l’olio, l’incisione o l’encausto, comporta di volta in volta possibilità, problemi, scopi differenti… Cosa ha significato per lei il passaggio ai grandi quadri ad encausto?

FL Nei paesaggi di grande formato, a cui mi sono dedicata dal 1989, uso della cera d’api sciolta, unita a pigmenti naturali. In questi quadri gli strati di colore fatti colare su di un pannello, a terra, poco alla volta, assumono un significato, diventano riconoscibili come “immagini possibili”. Continuando a lavorare, l’immagine diventa sempre più leggibile, almeno a una certa distanza.

Credo che, in questo caso, la tecnica sia più attinente alla grafica che alla pittura. Infatti, la pennellata è stata sostituita dal dripping, attraverso cui si fanno colare colore e materia. Il lavoro sulla superficie poi è reso raschiando, strofinando, lisciando – tutte attività che richiamano la tecnica dell’incisione.

Questo modo di operare è una sorta di metafora della memoria, di per sé atto creativo. Gli strati di colore sottostanti determinano il tono e la qualità della superficie, e possono essere rivelati o rielaborati nella loro complessità.

GQC Negli ultimi anni lei ha cominciato a lavorare anche sulla tridimensionalità, con una serie di sculture di piccole dimensioni. Come su colloca questo sviluppo nel suo percorso artistico?

FL Pensando al mio rapporto con la tridimensionalità, mi vengono in mente i primi anni Ottanta, quando creavo dei piccoli ambienti animati da personaggi in miniatura – gli stessi usati per creare i plastici ferroviari – e poi li fotografavo. Ciò che la pellicola tratteneva erano scene di vita, della vita di ogni giorno – come nei soggetti di Hopper – che astratte dall’apparente banalità assumevano una sorta di aura. Questi lavori mi vengono in mente ora, se penso alle sculture in bronzo a cui mi sto dedicando negli ultimi due anni, dopo un lungo periodo riservato in modo esclusivo ai paesaggi di grande formato.

Il mio ritorno alla figura è anche un ritorno alla piccola dimensione. Queste sculture, infatti, sono pensate per essere prese in mano, toccate, senza nessuna scala “eroica”. La vera fonte d’ispirazione mi viene da quanto davvero non era misterioso nella cultura etrusca: l’attenzione per gli aspetti domestici della vita di ogni giorno. Nel riverbero di questo ambiente, presento la mia personale versione di una thymiateria, la lampada estrusca. E anche le piccole figure di animali in bronzo sono destinate alla funzione di maniglie.

Mio marito, Sheppard Craige, è stato il committente di gran parte delle sculture presenti in mostra, pensando di destinarle al suo Giardino al quale si sta dedicando da anni, a San Giovanni d’Asso nelle Crete di Siena.

Siccome “Il Bosco della Ragnaia” è di per sé un’opera d’arte, pensata e realizzata come il quadro di un pittore, in esso sculture in scala monumentale sarebbero risultate inappropriate. E allora mi sono concentrata sulla realizzazione di figure molto piccole, che non s’imponessero nel paesaggio ma piuttosto si rivelassero a poco a poco, quasi “tratte” dalle loro sistemazioni seminascoste.

I bambini dovrebbero divertirsi girando loro attorno, mentre gli adulti potrebbero “leggerle” come le figure di un codice miniato che non ha nulla a che vedere con il contenuto scritto. Questi oggetti, in definitiva, non sono in relazione diretta con il Giardino e i suoi contenuti. Se considero la mia attuale predisposizione verso la scultura, osservo che utilizzare la tecnica della cera persa è coerente da un punto di vista della materia: si tratta di una sorta di sviluppo in senso plastico della qualità, propriamente materica, della cera d’api della superficie degli encausti. E infine, come per l’incisione, l’aspetto artigianale di un processo indiretto – manipolare una superficie che si trasforma – per me è sempre affascinante.

Le sculture in terracotta, invece, sono dirette e hanno una relazione con il desiderio profondo di semplicità, con la volontà di ritornare all’essenza del fare e di collocarmi in quella linea verticale che dalla preistoria rende partecipi di un rito eterno: ecco la terra; ecco l’acqua, ecco il fuoco… (e venga lo spirito!).

Riferendosi alle api

Frances-studioin Feb.'08

Frances' studio in March, 2008 (Stefano Baroni)

Il mio studio è un vecchio fienile. Una data incisa su un laterizio sopra la porta dice che è stato costruito nel 1911, l’anno in cui mio padre nacque in una fattoria nella parte settentrionale dello stato di New York. L’edificio è di mattoni, su tre pareti alte finestre grigliate, tipiche dei fienili di questa zona, lasciano entrare lame di luce, che si spostano secondo l’ora del giorno. In una mattinata di sole come questa di oggi tasselli luminosi proiettati dappertutto trasfigurano la dolce oscurità dell’interno. Non lontano da dove dipingo, un apparecchio imponente nato per cuocere cibi a bagnomaria, mantiene a 63 gradi in tre pentole di acciaio inossidabile una miscela di cera d’api, trementina veneta, e pigmenti di vari colori.

Sul cavalletto c’è un dipinto non finito; la superficie corposa suggerisce presenza di vegetazione. Da vicino si può vedere un‘ape, si libra con l’aria di cercare del polline o del nettare, ma il suo vero interesse è nel materiale; sospetta – a ragione – che la riguardi. Vive a soli 150 metri di distanza, ai piedi della collina, su un terrazzamento accanto a un piccolo frutteto. La scaccio fuori dalla porta, sparisce nella fioritura cilestrina di una pianta di rosmarino; i rami tremolano come animati da un coro mormorante di voci in un tempio. I contadini che abitavano in questa zona 2000 anni fa pensavano che le api fossero sacre. Forse avevano ragione.

Da dove mi trovo, sulla soglia, il mio dipinto sta iniziando appena ora a somigliare a un paesaggio, però, quando mi sposto per tornare più vicino, si frantuma in colori e forme astratte. Per me sono importanti entrambe le visioni. Quando ho iniziato a sperimentare con la cera, non cercavo un soggetto specifico, quanto piuttosto una maniera di dipingere coerente con un modo di pensare.

“Natura è un’interminabile combinazione e ripetizione davvero di poche leggi”, disse Emerson. Il gesto quasi casuale di fare sgocciolare colori caldi su un pannello disteso per terra crea segni e superfici di crescente complessità. Basta appena il più leggero spostamento, una sottile rotazione del polso, per produrre una variazione imprevedibile. Questo sistema, nel favorire un intreccio di segni, integra il primo piano con lo sfondo. La composizione dilaga e diviene astratta. E una certa distanza è necessaria per riconoscere infine il paesaggio come soggetto.

Il ritmo del processo è veloce; come sotto un incantesimo, il colore sulla pennellessa s’indurisce dopo solo pochi minuti e richiede una nuova immersione nel liquido caldo, viscoso, per ammorbidirsi. Una volta che il risultato appare promettente, il quadro viene promosso a una posizione verticale. A questo punto posso manipolarlo, raschiarlo, strofinarlo, stirarlo con un ferro caldo. Quello che mi piace di questa fase del mio lavoro è il suo rappresentare una metafora della memoria. Gli strati di colore sottostanti determinano la qualità della superficie e possono essere rivelati, soppressi, o elaborati.

Il ricordo gioca un ruolo essenziale in ogni fase dell’operazione. L’improvvisa apparizione di un’immagine o di uno scenario dipende dal suo essere scatenata da un‘evocazione. La parola inglese “recollection” mi pare la più adatta a spiegare quello che accade. Ciò che appare non è mai una raffigurazione singola, ma un assemblaggio di vari momenti in vari luoghi: aceri umidi raggomitolati su una piccola isola, foschia che si alza da un lago nordico, una vecchia lettera d’amore camuffata da alba, un litorale distante, appena percettibile.

Il formicolio che mi pervade conferma il disvelarsi dell’evento per il quale vale la pena dipingere. Trame che imitano la natura sono molto più convincenti quando non vengono causate da un trattamento imposto. Quando invece rami intrecciati, riflessi su un lago, onde che increspano un torrente, risultano da atti come sgocciolare o sciogliere, possono sbalordire quanto l’ala di una farfalla conformata per somigliare a una foglia.

Solo di rado accade che questo metodo conduca a figure nel paesaggio, e nel momento in cui stanno per apparire, le disperdo prima che inizino a creare un ordine in quello che era stato lasciato volutamente vago.

Da ragazza vivevo a New York City e avevo bisogno di più Natura in camera mia, così dipinsi una finestra supplementare completa di veduta alberata lungo buona parte di una parete della stanza. Mia madre mi permetteva questo genere di cose. Però, una sua ospite, una donna corpulenta che portava una lunga collana di scintillanti perline nere, apparve scettica. Mi domandò, “Allora, dove sono le persone dentro il tuo paesaggio?”. Rimasi senza parole. Come poteva una donna adulta essere così stupida; eravamo tutte e due proprio lì!

Invece, la forma umana come unico soggetto mi ha sempre interessato e, in questo periodo, sta gradualmente diventando il tema di una serie di piccole sculture. I soggetti sono evoluti – anche in senso Darwiniano – da piccoli animali in Homo sapiens, e stanno proliferando nel Bosco della Ragnaia, sotto la guida di Sheppard Craige, suo creatore e mio marito.

Il Bosco segna una tappa nello sviluppo artistico di Sheppard. Ha smesso di dipingere o – è più preciso dire – ha cambiato la dimensione dei suoi paesaggi, iniziando a trasformare in parco un pezzo di bosco abbandonato. Sheppard non segue un disegno precostituito, ma lavora come dipinge, con la stessa serenità che si sprigiona in un artista dal contatto diretto con i suoi materiali.

Durante un viaggio in Grecia qualche anno fa Sheppard e io abbiamo raccolto le ghiande sotto un boschetto di lecci dentro un grosso fazzoletto bianco, ben legato. Ci siamo riposati per un po’, guardando il cielo sopra una centrale elettrica lontana. Il vapore, soffiato da enormi canne fumarie, si trasfigurava in nuvole perfette, tonde e bianchissime. In primo piano, una ventina di cassetti di legno poggiate su un muretto roccioso dominava un campo di fiori selvatici. Erano dipinte in varie tonalità di blu, ogni alveare un mulinello, un ronzare d’energia palpabile.

Abbiamo piantato le ghiande in un angolo della Ragnaia e le domande che mi pongo ora sono le seguenti: Quando cresceranno, si sentiranno diverse dagli alberi già esistenti intorno? Rimarrà qualcosa di quella giornata, quando le abbiamo raccolte, qualcosa che si attaccherà alle nuove radici come parassiti di gioia? E loro, penseranno di trovarsi in Arcadia?