Diario 1973

FL with Yates, Taormina 1973 (C.Toraldo di Francia)

Firenze, estate del 1973

18 luglio- Oggi è il mio compleanno. Questa mattina per festeggiare come si deve, Yates ed io abbiamo avuto la nostra colazione da Rivoire e poi ci siamo seduti sotto la Loggia dei Lanzi a guardare la piazza.

Una vecchietta simpatica si è accomodata vicino a noi e ha iniziato a chiacchierare con Yates.

Noto che il suo italiano progredisce molto più velocemente del mio.

Quando la signora gli ha domandato quanti anni avesse ho fatto giusto in tempo a girarmi e vederlo alzare tre dita.

Io ero occupata a leggere su “La Nazione” la faccenda delle registrazioni segrete di Nixon.

A un certo punto la vecchietta ha chiesto a Yates dove fosse sua madre e lui un po’ perplesso mi ha indicata.

Guardandomi si è scusata, “Oh, mi scusi, cara, lei sembra così giovane!”. “Io sono giovane!”, ho risposto.

20 luglio- Mentre scrivo guardo attraverso le stecche verdi delle persiane. Yates intanto gioca con il Lego ai miei piedi. Sono circa le due. Fuori tutto è immobile; l’intera scena potrebbe essere una fotografia. Perfino il corso del fiume, opaco come una zuppa di piselli, sembra sospeso.

Di solito a quest’ora facevamo una passeggiata come guidati dall’ombra dei cornicioni proiettata sulla strada. Le strade erano deserte e il rallento nel traffico ci consentiva di lasciare il marciapiede senza paura e fermarci a guardare le facciate.

Ma ora è davvero troppo caldo, anche per il nostro passo lento.

30 luglio- Qui a Firenze il momento preferito da Yates è la notte.

Quando è passato da un pezzo quello che a Boston, per lui, sarebbe stato il tempo della nanna, la piazza si risveglia. La gente va a spasso, chiacchiera, strepita, canta. I bambini, a volte piccolissimi, corrono urlando di vitalità.

Pian piano ci stiamo abituando a modi che certo si sono affermate per molte buone ragioni.

Credo si possa dire che stiamo imparando a sentirci a casa nostra. In fondo la casa non è un tetto che ci protegge ma un complesso di rituali che, essendo familiari, danno sicurezza alla vita di ogni giorno.

In qualche modo anche viaggiando ci sentivamo a casa con i nostri piccoli riti.

Di mattina mentre Yates giocava io leggevo, poi si faceva una pausa dalle nostre attività per il pranzo, una semplice colazione al sacco con formaggio e frutta oppure una sosta in trattoria.

Poi, venuta l’ora del sonnellino, preparavamo quello che Yates chiamava il suo “letto speciale”; il mio vecchio trench ben steso con le maniche e il collo ripiegati in modo da formare un cuscino.

Ci era così affezionato che poi per mesi- anche nel suo vero letto- non poteva farne a meno e si addormentava solo stropicciando tra le dita la punta del colletto.

Prendevamo solo dei treni locali così si poteva scendere quando se ne aveva voglia. Le nostre visite ai musei e alle chiese erano veloci. Di solito, mi limitavo a guardare bene poche cose che mi interessavano particolarmente al momento. Anche Yates aveva i suoi temi preferiti.

Forse perché fino a poco prima lo era stato anche lui, Yates aveva un occhio sempre attento a cogliere i neonati nei dipinti e nelle sculture…bambini Gesù, angeli, putti!

Nelle occasionali conversazioni con gli sconosciuti in treno inventavo storie romanzate sulla nostra – sempre più lontano – destinazione, appuntamenti con parenti immaginari.

Non era una vera forma di reticenza la mia, il fatto era che, fino a poco tempo prima ero così concentrata sulla mia scelta di andarmene da casa che avevo dedicato molto meno tempo alla questione pratica del dove stavamo andando.

Decisi per Firenze che era diventata uno dei miei grandi sogni fin da quando, nella mia infanzia, avevo avuto l’occasione di vedere degli affreschi fiorentini esposti in una mostra temporanea alle pareti del Metropolitan Museum. Erano stati “strappati” per salvarli dall’alluvione e a me ispirarono una sorta di timore reverenziale.

16 agosto- Nel periodo in cui cominciai a pensare di lasciare Boston, un amico, un artista di New York, mi aveva invitato a cena. Mi mostrò le sue sculture nuove, grandi scatole d’acciaio, bellissime come possono esserlo delle grandi scatole d’acciaio.

Lui sostenne che l’arte d’oggi (allora) doveva essere impersonale, oggettiva e riflettere il proprio “tempo”. Decisi di non mostrargli i miei disegni di soggetti quotidiani, ritratti di bambini e di amici.

Già il “tempo”. Ma è il “mio” tempo, intendo dire il tempo interiore, che ho bisogno di rappresentare adesso. Anzi, è per prendere distanza dal “suo tempo” – dal quale mi sento bombardata- che è il motivo principale del mio allontanamento da casa.

Questo per lui è “una fuga dalla realtà”. Però, andarsene non è forse legittimo quando tutte le altre possibilità si sono dimostrate impraticabili?

Vietnam; non voglio pensarci …ma è lì. Sempre. Martellante e continuo…mettendo in discussione tutte le nostre convinzioni e sentimenti più profondi…

Se uno potesse capire davvero tutte le motivazioni che inducono qualcuno a fare certe cose, le circostanze più spicciole – i film di John Wayne – sarebbe in grado di schivare quell’elicottero, quel missile, quell’incursione dal cielo?

Non abbiamo la televisione, un modo per tenere in scacco a bada la realtà. L’altra sera in trattoria c’era un televisore in funzione ma nessuno sembrava particolarmente interessato. D’improvviso sono apparse sullo schermo delle cifre e a me si è stretto lo stomaco come mi succedeva per la cerimonia televisiva quotidiana della conta dei morti nel sud-est asiatico, per fortuna erano solo i risultati delle partite.

Subito dopo, un gruppo di ragazze che sembravano delle showgirl di Las Vegas, hanno cominciato a ballare su un tavolo (dentro lo schermo televisivo, non in trattoria). Poco dopo, sono state seguite da un gruppo di uomini seduti intorno a un grande tavolo, che si davano sulla voce l’un l’altro, spesso anche tutti insieme.

E proprio quando stavamo andandocene, lampeggia la notizia che il bombardamento in Cambogia è ufficialmente terminato…

18 agosto- Io mi sono sempre sentita un po’ straniera. Anche nella mia infanzia a New York. Forse perché le radici della famiglia erano lassù, nell’alta valle dell’Hudson, sentivo che la nostra condizione di newyorkesi era precaria, che alla fine ce ne saremmo andati. Ricordo che, fin da piccola, fissavo le cose, con molta attenzione, le fotografavo mentalmente, come si fa quando si guarda ogni particolare di una casa che stai per lasciare per sempre.

Eppure essere veramente un estraneo è un’ottima cosa se sei un artista. Puoi osservare e mettere in discussione cose che chi è addentro non riesce vedere, dandole per scontate.

Inoltre ti libera dalle costrizioni dei vincoli sociali che possono sottrarti un sacco di tempo e energia. Una volta che sei lontana dalle richieste della tua società, puoi scegliere di assumere dalla società in cui arrivi solo ciò che è per te l’essenziale.

20 agosto- Un cane sta abbaiando giù nella strada. Ora è raggiunto da numerosi altri cani che ansimano nell’ombra, confusi, come se non sapessero che fare e dove andare.

Baluginanti ondate di calore si levano intorno a loro.

Oltre il fiume e le case lungo il suo corso, le colline con le loro geometrie di uliveti e cipressi sembrano un miraggio azzurro.

21 agosto- Sto imparando a leggere il paesaggio, un primo, fondamentale passo per poterlo disegnare. Sento che non mi appartiene, è troppo diverso dal paesaggio della mia infanzia.

Voglio dire il paesaggio che ho nella mia mente, in cui si mischiano le storie e le leggende dei Mohicani e le visite annuali alla nostra tenuta con la sua aspra boscaglia nella valle di Mohawk.

Si era sempre alla ricerca della dimensione selvaggia. Noi, bambini, inventavamo anche negli spazi edificabili di Manhattan “il wilderness”.Nella nostra immaginazione eravamo dei pionieri.

25 agosto- Sulle prime la campagna toscana mi creava dei seri problemi. La sua geometria mi dava fastidio come può dare fastidio una realtà ordinata in modo perfetto che lascia così poco spazio per ogni posizione critica individuale, nessun posto in cui nascondersi e nessun angolo caotico da poter ordinare servendomi della mia personale creatività. Niente è lasciato al caso – terrazze, muri, uliveti – perfino gli alberi nel bosco sono allineati in filari come il granturco.

L’altro giorno agli Uffizi, passando davanti a una finestra, sono trasalita alla vista improvvisa della campagna perché sembrava un quadro. Tutto ad un tratto, ho visto il paesaggio come un’opera d’arte.

Quando in Toscana si sarà affermata la moderna coltura della campagna, una scena come questa sarà solo un prezioso ricordo, un po’ come l’affresco che adorna ancora il muro di una chiesa.

Tuttavia è lo stesso per i luoghi ancora selvaggi in America che sono tutti estinti tranne quelli che sono conservati, qua e là, come parchi naturali.

Questi due tipi di paesaggio sopravvivono ancora, non più come relitti ma come espressioni ideali di una particolare visione del mondo.

Se penso all’arte in particolare, considero che in America, dove la novità è tutto, l’artista deve essere un pioniere, sempre impegnato a tracciare nuovi confini in un terreno vergine. Qui in Italia gli artisti sembrano utilizzare più attivamente la loro storia, non solo attraverso impiego di tecniche tradizionali, ma anche attraverso l’elaborazione consapevole dell’arte del passato, tornando a investirla con nuovi sogni.

25 agosto- Ieri sera abbiamo conosciuto un aspetto diverso di Firenze. Un amico ci ha portato alla Festa dell’Unità, una specie di fiera che serve a raccogliere fondi per il Partito Comunista. Ho dovuto superare un riflesso automatico di paura prima di entrare perché sospesa all’ingresso c’era un’enorme insegna con la falce e il martello.

Dentro c’era una grande mostra con numerose foto delle cose orribili che gli USA stanno facendo in Cile grazie a CIA e compagni. Nonostante il Vietnam e il Watergate, faccio davvero fatica a crederci. C’erano anche dei dibattiti sulla situazione politica italiana ma io avevo delle difficoltà a comprendere, un po’ per la lingua ma soprattutto per il volume amplificato di un concerto che si svolgeva lì vicino e dove il cantante era tale e quale Elvis Presley.

Non mancavano i giochi da fiera (il tiro al bersaglio etc.) Abbiamo vinto una felce e un orsacchiotto ma non abbiamo partecipato all’estrazione di una fiammante macchina rossa. Avevo il timore di vincerla.

Mentre si tornava a casa all’ora del tramonto, Yates ha indicato una stella quasi invisibile nel crepuscolo.

Gli ho detto che, dato che era la prima stella che vedeva quella sera, poteva esprimere un desiderio.

Mi ha preso molto sul serio; ha rallentato il passo e si è fermato. Dopo un po’ gli ho chiesto se aveva deciso qualcosa e lui ha scosso la testa ma non si è mosso di un passo.

Dopo aver pensato a lungo mi ha guardato e mi ha chiesto, ” A chi ci si deve rivolgere per cambiare un desiderio?”.

5 settembre- Viviamo in un appartamento notevolmente moderno, in uno stabile costruito al posto di un edificio distrutto dalla guerra. E’ al sesto piano con un grande balcone che stiamo, man mano, riempiendo di piante con l’aiuto di un persiano, studente di architettura, che abita al primo piano.

L’edificio ha un ascensore a gabbia con una cassetta dove bisogna inserire una moneta da dieci lire per farlo funzionare.

Ma le dieci lire sono impossibili da trovare!

Finalmente abbiamo scoperto che, di solito, i negozi che vendono il latte ne hanno qualcuna – le tesorizziamo gelosamente. Questa è stata una delle nostre più importanti scoperte.

12 settembre- Il governo cileno, democraticamente eletto, è stato rovesciato da un colpo di stato…

15 settembre- Lo studente persiano è diventato un buon amico. E’ un grande sollievo, specialmente se devo uscire, perché a Yates piace rimanere con lui.

Qualche volta scendiamo giù da lui a fare una doccia perché, dalle sei del mattino fino a sera tarda, non abbiamo acqua corrente.

La cosa dipende da un calo di pressione durante l’estate.

IL suo appartamento è molto bello con le pareti e i pavimenti coperti dai tappeti che suo padre gli ha mandato da casa.

18 settembre- Yates ha una stanza tutta per sé. Il mio vecchio trench è steso e disteso, aperto, sul copriletto.

Ieri era così tranquillo appena andato a letto che l’ho chiamato per sapere cosa stava combinando e mi ha risposto “sto dormendo”. Quando sono andata a controllare poco dopo, stava davvero dormendo ma proprio sopra la testa – sembrava la didascalia di un fumetto – c’era un grande cerchio nero disegnato a matita sul muro.

Dentro c’erano fiori e gatti e una specie di famigliola; tutti ballavano sotto un gran sole giallo!

Immagino che potrei staccare questo pezzo di parete e salvarlo come hanno fatto con gli affreschi.

Mentre lo esaminavo, Yates si è svegliato e gli ho chiesto cosa fosse. Ha detto che era il suo sogno.