Riferendosi alle api

Frances-studioin Feb.'08

Frances' studio in March, 2008 (Stefano Baroni)

Il mio studio è un vecchio fienile. Una data incisa su un laterizio sopra la porta dice che è stato costruito nel 1911, l’anno in cui mio padre nacque in una fattoria nella parte settentrionale dello stato di New York. L’edificio è di mattoni, su tre pareti alte finestre grigliate, tipiche dei fienili di questa zona, lasciano entrare lame di luce, che si spostano secondo l’ora del giorno. In una mattinata di sole come questa di oggi tasselli luminosi proiettati dappertutto trasfigurano la dolce oscurità dell’interno. Non lontano da dove dipingo, un apparecchio imponente nato per cuocere cibi a bagnomaria, mantiene a 63 gradi in tre pentole di acciaio inossidabile una miscela di cera d’api, trementina veneta, e pigmenti di vari colori.

Sul cavalletto c’è un dipinto non finito; la superficie corposa suggerisce presenza di vegetazione. Da vicino si può vedere un‘ape, si libra con l’aria di cercare del polline o del nettare, ma il suo vero interesse è nel materiale; sospetta – a ragione – che la riguardi. Vive a soli 150 metri di distanza, ai piedi della collina, su un terrazzamento accanto a un piccolo frutteto. La scaccio fuori dalla porta, sparisce nella fioritura cilestrina di una pianta di rosmarino; i rami tremolano come animati da un coro mormorante di voci in un tempio. I contadini che abitavano in questa zona 2000 anni fa pensavano che le api fossero sacre. Forse avevano ragione.

Da dove mi trovo, sulla soglia, il mio dipinto sta iniziando appena ora a somigliare a un paesaggio, però, quando mi sposto per tornare più vicino, si frantuma in colori e forme astratte. Per me sono importanti entrambe le visioni. Quando ho iniziato a sperimentare con la cera, non cercavo un soggetto specifico, quanto piuttosto una maniera di dipingere coerente con un modo di pensare.

“Natura è un’interminabile combinazione e ripetizione davvero di poche leggi”, disse Emerson. Il gesto quasi casuale di fare sgocciolare colori caldi su un pannello disteso per terra crea segni e superfici di crescente complessità. Basta appena il più leggero spostamento, una sottile rotazione del polso, per produrre una variazione imprevedibile. Questo sistema, nel favorire un intreccio di segni, integra il primo piano con lo sfondo. La composizione dilaga e diviene astratta. E una certa distanza è necessaria per riconoscere infine il paesaggio come soggetto.

Il ritmo del processo è veloce; come sotto un incantesimo, il colore sulla pennellessa s’indurisce dopo solo pochi minuti e richiede una nuova immersione nel liquido caldo, viscoso, per ammorbidirsi. Una volta che il risultato appare promettente, il quadro viene promosso a una posizione verticale. A questo punto posso manipolarlo, raschiarlo, strofinarlo, stirarlo con un ferro caldo. Quello che mi piace di questa fase del mio lavoro è il suo rappresentare una metafora della memoria. Gli strati di colore sottostanti determinano la qualità della superficie e possono essere rivelati, soppressi, o elaborati.

Il ricordo gioca un ruolo essenziale in ogni fase dell’operazione. L’improvvisa apparizione di un’immagine o di uno scenario dipende dal suo essere scatenata da un‘evocazione. La parola inglese “recollection” mi pare la più adatta a spiegare quello che accade. Ciò che appare non è mai una raffigurazione singola, ma un assemblaggio di vari momenti in vari luoghi: aceri umidi raggomitolati su una piccola isola, foschia che si alza da un lago nordico, una vecchia lettera d’amore camuffata da alba, un litorale distante, appena percettibile.

Il formicolio che mi pervade conferma il disvelarsi dell’evento per il quale vale la pena dipingere. Trame che imitano la natura sono molto più convincenti quando non vengono causate da un trattamento imposto. Quando invece rami intrecciati, riflessi su un lago, onde che increspano un torrente, risultano da atti come sgocciolare o sciogliere, possono sbalordire quanto l’ala di una farfalla conformata per somigliare a una foglia.

Solo di rado accade che questo metodo conduca a figure nel paesaggio, e nel momento in cui stanno per apparire, le disperdo prima che inizino a creare un ordine in quello che era stato lasciato volutamente vago.

Da ragazza vivevo a New York City e avevo bisogno di più Natura in camera mia, così dipinsi una finestra supplementare completa di veduta alberata lungo buona parte di una parete della stanza. Mia madre mi permetteva questo genere di cose. Però, una sua ospite, una donna corpulenta che portava una lunga collana di scintillanti perline nere, apparve scettica. Mi domandò, “Allora, dove sono le persone dentro il tuo paesaggio?”. Rimasi senza parole. Come poteva una donna adulta essere così stupida; eravamo tutte e due proprio lì!

Invece, la forma umana come unico soggetto mi ha sempre interessato e, in questo periodo, sta gradualmente diventando il tema di una serie di piccole sculture. I soggetti sono evoluti – anche in senso Darwiniano – da piccoli animali in Homo sapiens, e stanno proliferando nel Bosco della Ragnaia, sotto la guida di Sheppard Craige, suo creatore e mio marito.

Il Bosco segna una tappa nello sviluppo artistico di Sheppard. Ha smesso di dipingere o – è più preciso dire – ha cambiato la dimensione dei suoi paesaggi, iniziando a trasformare in parco un pezzo di bosco abbandonato. Sheppard non segue un disegno precostituito, ma lavora come dipinge, con la stessa serenità che si sprigiona in un artista dal contatto diretto con i suoi materiali.

Durante un viaggio in Grecia qualche anno fa Sheppard e io abbiamo raccolto le ghiande sotto un boschetto di lecci dentro un grosso fazzoletto bianco, ben legato. Ci siamo riposati per un po’, guardando il cielo sopra una centrale elettrica lontana. Il vapore, soffiato da enormi canne fumarie, si trasfigurava in nuvole perfette, tonde e bianchissime. In primo piano, una ventina di cassetti di legno poggiate su un muretto roccioso dominava un campo di fiori selvatici. Erano dipinte in varie tonalità di blu, ogni alveare un mulinello, un ronzare d’energia palpabile.

Abbiamo piantato le ghiande in un angolo della Ragnaia e le domande che mi pongo ora sono le seguenti: Quando cresceranno, si sentiranno diverse dagli alberi già esistenti intorno? Rimarrà qualcosa di quella giornata, quando le abbiamo raccolte, qualcosa che si attaccherà alle nuove radici come parassiti di gioia? E loro, penseranno di trovarsi in Arcadia?